CANZONE

Oh! voli eterno alla futura etade,
Vergine pura, un canto a celebrare
L’eccelsa tua beltade!

Io fia il vate, al quale il Ciel cantare
Serbò di te gli eterei pregi e i doni,
Onde nascendo ornotti Citerèa:
Sublime il carme suoni

Sotto la mano tua, Calliopèa;

Ché degna è in ver d’onore

Costei, che alunna incede dell’Amore.
Non destinò la sua bellezza il Cielo 

Rumorosa cittade ad illustrare,

Ché certo allora un velo

Sarebbe stato por in quelle care

Ed ammirabil forme;

Ma, celeste consiglio, alle colline 

Serbotti, invece, vergine gentile,

Onde sicure le festose torme

Degli uccellin le sere e le mattine

Ti salutasser nel fiorir d’Aprile.

E tu fra i molli zefiri educata

Continuamente tra rose e viòle

A noi ti mostri adesso tutta ornata 

Dalla natura sì che offuschi il sole. 

Quante volte (oh! dolce rimembranza) 

Veggendoti tornare al paesetto 

Vestita tutta a festa,

tra villanelle piene di baldanza;

Ma tu col tuo visetto

Asperso da un angelico rossore,

Mi son sentito in core

Entrar sì dolce affetto

Che d’infinito ho spasimato amore. 

Oh, come tu ti mostri eccelsa allora 

Che le verginee gote

Soffusa di vermiglio,

Pudica abbassi il ciglio

E nelle labbia tue dolce s’infiora

Il consolante riso.

Oh, come, come è bello il paradiso 

Nell’estasi d’amore allora esclamo

E in cuor t’invoco e chiamo

E null’altro mi punge allor desire

Che stringerti, baciarti e poi… morire.

Sedendo spesso alla finestra accanto 

Della mia ninfa in sen, Melanconia, 

oh come allegra m’è tornata l’alma

Al suon di voce che parea tuo canto. 

Anzi ricordo un giorno, in cui, Lucia,

Splendea più bello il sol, tutt’era calma. 

I zefiri di puri affluvii pregni

Di mille l’aria empievano profumi.

Per tutto gioia e riso, e dappertutto 

Venian gli sposi ai lor dolci convegni. 

Di Filomen s’udian dai verde-bruni 

Boschetti i flebil lai

Sonare intorno intorno:

Io lo ricordo, ahi! ahi!

Com’era bello quel più d’altro giorno 

Io mi vedea soletto al loco antico 

Muto a sospirar le mie dolenti

E melanconiche ore

Quando mi giunse amico

In femminili accenti

Flebile carme lamentante amore.

Or di’quel ch’io provai, bella Talia, 

Allora che cercando la sirena

Vidi colei che la mia mente india 

E dal mio core fa fuggir la pena.

La tua flebil armonia e l’avvenenza 

Così m’affascinar, vergine pura,

che di vedere e udir portai potenza. 

Allora in petto mi tornò il vigore 

Durava ancor, Lucia, il tuo bel canto: 

Dal già sopito affetto in cor risorge

E gli occhi inumidir per dolce pianto. 

Già mi vedea quell’or lenta apparire 

Che mesta avvisa al sopito mortale 

Che fra di noi quaggiuso tutto è frale 

E tutto deve un giorno deperire.

Io piansi allor di tua bellezza il fiore 

Piansi il vergin viso pien d’amore

E del vermiglio labbro il dolce dire.

E quando nel cieco aer mesti rintocchi 

Dell’Ave annunzian di quella sera

Il fine; al cielo gli occhi

Con la pupilla volsi lacrimosa

E fervida preghiera

Dei Cantici rivolsi alla gran Sposa.

Impegno civile e culturale d’un protagonista
del Novecento abruzzese

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