AL VOMANO

1)

Chiare onde del fiume,

Che rapide correndo all’oceàno

Con vostro mormorio

Le molli e dolci piume

A lasciar m’invitate e dal verone

Con voi a ragionar

Al pieno raggio della bianca Luna,

A voi vegno: solvète:

Salve, dolce Vomano,

Tu ministro di pace al petto mio,

Tu destatore di rimembranze care

E fantasie liete,

Che vuoi tu dirmi in tuo linguaggio arcano?
Vuoi forse consolarmi del passato

Fior della vita e dei piacer che meno

Con esso son venuti?

Parlami quel che vuoi, ché dolce ognora
La tua favella mi riesce al core,

O linguaggio potente e pien d’amore,
Che Amor ravviva del mortal nel petto,

2)

E torna il freddo seno
A palpitar a ogni sopito affetto.
Ecco, passato è il Verno e Primavera
Con le rosee mani
Tutto copre di verde e colli e piani,
e torna a rivestir la tua riviera
di molli erbette e d’olezzanti fiori.
A pianger verrà tosto i suoi dolori
Tra i giovanetti rami del tuo bosco
L’afflitta Filomena,
E tu gemendo tra quel loco fosco
Forse le calmerai l’acerba pena.
E me che pace vo cercando invano
E compagnie trascuro
Sospirando deserti, or che a te i passi
Drizzare alfin mi è dato, me vedrai
Sedere il giorno, schivo degli spassi, su la fiorita sponda
a favellar con l’onda:

E pure a notte sol no, non sarai

Ché su questo verone spesso assiso

A contemplar il viso

3)

Della vergine dea silente luna

Mi avrai compagno nella notte bruna.
Grato talora mi ritorna in mente
Quand’ io ancor giovanetto

Solea venir la sera su quel colle

Ch’ora indistinto appare e lì soletto
Sedevo a lungo sovra l’erba molle
Ascoltando la flebile armonia
Dell’onda tua gemente.

Tacea ogni romor di voci e d’opre

Ché tutti nel ristoro
Del sonno stanchi versavan gli umani,
Ed altro fra la calma non s’udìa

Che lo stormir del bosco e lungo il canto
Dell’uccello importuno.

Io rimiriva intanto

Al chiaror della luna i campi, il mare,
Indi fiso le stelle,

Che mi piovean in core

A mille a mille fantasie care

Oh! quante vaghe e belle

Di prima gioventù passavan l’ore!

4)

Della vergine dea silente luna

Mi avrai compagno nella notte bruna.
Grato talora mi ritorna in mente
Quand’ io ancor giovanetto

Solea venir la sera su quel colle

Ch’ora indistinto appare e lì soletto
Sedevo a lungo sovra l’erba molle
Ascoltando la flebile armonia
Dell’onda tua gemente.

Tacea ogni romor di voci e d’opre

Ché tutti nel ristoro
Del sonno stanchi versavan gli umani,
Ed altro fra la calma non s’udìa

Che lo stormir del bosco e lungo il canto
Dell’uccello importuno.

Io rimiriva intanto

Al chiaror della luna i campi, il mare,
Indi fiso le stelle,

Che mi piovean in core

A mille a mille fantasie care

Oh! quante vaghe e belle

Di prima gioventù passavan l’ore!

5)

Te benedivo in quei momenti, o rio,

E quella Mente arcana ed infinita
Che fra tant’opre te pur concepìo;

E benedìa la vita

Per tutti bella nell’etade acerba,

E muto poi corcavami sull’erba

E meditava…E intanto gli ululati
Lugubri e lunghi sonavan dei cani
Mesti anco più dall’eco prolungati;
Ai quai dai colli e i piani

S’univano i belati

Dei teneri agnelletti dentro al chiuso
Delle materne poppe desiòsi

Con quelli allor confuso

Il murmure tuo dolce fea intorno

Vie più solenne la notturna calma.
Obliando allora il mortale soggiorno
S’abbandonava l’alma

Ad ideal bellezze

A fantasie divine; e mi spirava

La terra intorno una fragranza quale
Divina ambrosia olezze

6)

Oh! Quali il cor dolcezze

Mi inebrìavan; come allora vaghi
Nell’avvenir io mi fingeva gli anni!
Misero! Or vani affanni

Ritrovo invece; e paghi

Quei bei desir non veggio; ed ahi la vita
Traggio senza più di lusinghe aita.

Oh belli gli anni e dolci e fortunati
Della fiorita etade!

Come presto passati

A me voi siete per svanir nel nulla!
Fu un sogno dalla culla

Fin qui la vita! Dove le serate

Ch’io passava sul colle, ove n’andaro?
Chi mi ridona, o fiume, d’ascoltare
Assiso sovra l’erba il tuo bel metro
Con quel diletto che mi fea beato?
Perché, perché a noi retro

Nella vita non lice ritornare?

A te, mio dolce rio corrente – eterno,
Sua sposa condurrà zefiro alato
Finchè con moto alterno

7)

Ma primavera mia passò, né mai

Eternamente tornerammi ed ahi!
Spogli del tuo bel velo

Il lutto, il sospirar, il pianto resta.
Tu come allor mi rallegravi il core
con la dolce armonia or mi consoli.
E quando sentirò che dal dolore
Innanzi tempo avevo bianco il crine,
La fredda Parca toglierammi alfine
Al sommo Correttor l’estremo voto
Innalzerò: che pace

Trovin quest’ossa presso la tua sponda
Ove germogliano rose e viole

E gema eterna l’onde:

Ove la sera al tramonto del sole
Risuon per l’aere l’accento amoroso
Di pastorella ch’abbandona il loco

Col belante suo gregge.

E non additi un vaso sontuòso

La tomba al passegier, ah! no, ché poco

8)

Di quell’onor che è premio sol dei grandi

In mezzo alle sue pene

Si cura l’infelice;

Ma tra i fior sorga una modesta croce
Ove orando si calmi il duolo amaro

E cessi pur dai gemiti la voce

Di quelli ai quali il viver mio fu caro;
E a cui lo stanco zappator passando
Dall’imbrunir dalla sua via sollevi
Religioso il cappello

E dica seco orando:

Pace a chi dorme il sonno della morte.
Questa io bramo forte,

dolce compagno mio,

Questo è il bene supremo che m’aspetto,
Or ch’altro più a sperar nel mondo rio
E in vita non m’avanza

Impegno civile e culturale d’un protagonista
del Novecento abruzzese

EVENTI

Non perdere l’occasione di ammirare i capolavori di Giuseppe Verdecchia dal vivo.